Stefania, quando il sogno diventa un debito (e come uscirne)

Stefania ha 33 anni, vive a San Benigno Canavese, un piccolo comune alle porte di Torino, e da novembre 2023 fa la store manager per una grande azienda, un contratto a tempo indeterminato che le dà stabilità. Guadagna circa 1.987 euro netti al mese, più tredicesima e quattordicesima. Non è ricca, ma finalmente respira. Con lei vive suo figlio Micheal, nato nel 2019, sei anni. Si sta separando dal marito e la casa in cui abita è in affitto.

Eppure Stefania ha un debito complessivo di quasi 59mila euro. Una cifra che, con il suo stipendio, non potrà mai ripagare integralmente. Come ci è arrivata?

La scommessa dell’impresa

Nel maggio 2022 Stefania decide di cambiare vita. Lascia il lavoro dipendente e si butta: rileva una macelleria, compra l’azienda da un’altra impresa individuale per 45mila euro — 37mila di avviamento, 8mila di attrezzature. Per finanziare l’operazione, Unicredit S.p.A. le concede un prestito di 40mila euro, garantito dal consorzio fidi Confirete. Sembra l’inizio di una bella storia.

Non lo è. L’estate 2022 è un disastro: il frigorifero si rompe, la merce va persa, gli incassi non coprono le spese. La clientela non arriva come sperato. In pochi mesi il sogno si infrange. A dicembre 2023 l’impresa viene cancellata dal Registro delle Imprese. Restano i debiti: quasi 41mila euro verso Do Value S.p.A. (mandataria di Unicredit), circa 5.100 euro verso Agenzia delle Entrate Riscossione, tributi locali con Comune di San Benigno Canavese e Soris S.p.A., contributi a INPS e INAIL, qualche fornitore rimasto insoddisfatto come Barisone S.r.l. e Lipitalia 2000 S.p.A., una finanziaria con Compass Banca S.p.A. e un piccolo debito verso Kruk Italia S.r.l. per il conto corrente finito in sofferenza.

Nessuna villa, nessuna auto di lusso, nessun tesoretto nascosto. Stefania non ha beni immobili — vive in affitto. L’unica auto di un certo valore, una Mercedes Classe A acquistata nel 2021, era stata pagata dal marito con la propria liquidazione e intestata a lei solo per ragioni assicurative; in sede di separazione è stata trasferita a lui al prezzo simbolico di un euro. Un’altra utilitaria, una Fiat Seicento del 2006 comprata per 500 euro, è stata demolita nel 2024. I suoi conti correnti al momento della domanda avevano saldi di pochi euro.

La liquidazione controllata: pagare il possibile, azzerare il resto

È qui che entra in gioco un altro strumento del Codice della Crisi: la liquidazione controllata del sovraindebitato, disciplinata dagli articoli 268 e seguenti del CCII. Non è un colpo di spugna immediato. Non è un condono. È un percorso che dura tre anni e funziona così: tutto ciò che guadagni, tolto il necessario per vivere dignitosamente, va ai creditori. Alla fine del triennio, il debito residuo si estingue. Si chiama «esdebitazione» ed è la seconda possibilità che la legge offre a chi ha sbagliato senza dolo.

L’OCC — anche questa volta l’Ente per l’Inclusione Sociale EINS, nella sede di Ciriè, con il gestore avv. Luca Ostengo — ha ricostruito con precisione la situazione di Stefania. Ha esaminato conti correnti, dichiarazioni dei redditi, visure catastali e del PRA, banche dati, CRIF e Centrale Rischi. Ha contattato tutti i creditori e raccolto le precisazioni dei debiti. Ha verificato che non ci fossero atti in frode.

Il calcolo finale: su un’entrata mensile di circa 1.987 euro, le spese indispensabili per Stefania e suo figlio — affitto, bollette, cibo, trasporti, scuola — ammontano a circa 1.400 euro. Il residuo, circa 580 euro al mese, andrà ai creditori per tre anni. A questi si aggiungono la tredicesima (circa 1.495 euro all’anno) e la quattordicesima. In totale, nell’arco della procedura, confluiranno nella liquidazione circa 29.865 euro.

Quei soldi andranno a pagare integralmente i creditori privilegiati — Agenzia delle Entrate Riscossione, Comune, INPS, INAIL, Soris, l’avvocata che l’ha assistita nella separazione — e a soddisfare in parte i creditori chirografari, a partire da Do Value S.p.A., il creditore principale.

Alla fine dei tre anni, il resto del debito sarà cancellato.

Il giudice approva

Il 5 settembre 2025, il Tribunale di Ivrea — giudice Antonella Mussa, presidente del collegio — ha dichiarato aperta la liquidazione controllata con sentenza. Ha nominato liquidatore lo stesso avv. Ostengo e ha stabilito che 1.400 euro al mese restino a Stefania per vivere. Inoltre l’assegno unico INPS (circa 234 euro) e il contributo al mantenimento del figlio (150 euro) rimangono fuori dalla procedura: sono destinati al bambino, come giusto che sia.

Da quel giorno, nessun creditore può più aggredire singolarmente il suo stipendio. Niente pignoramenti individuali. Niente azioni esecutive separate. Tutto passa attraverso il liquidatore, che gestirà la procedura in modo trasparente e ordinato, sotto la sorveglianza del giudice delegato.

Perché questa storia è diversa e importante

Quella di Stefania è forse la storia che parla al maggior numero di persone. Perché racconta di una giovane donna che ha provato a fare impresa — come tanti, come troppi — e ha fallito. Non per malafede, non per dolo, non per essersi arricchita alle spalle altrui. Ha fallito perché un’attività commerciale è un rischio, e a volte il rischio si concretizza. La legge italiana, con il Codice della Crisi, riconosce che chi fallisce onestamente merita di potersi rialzare. Non dopo decenni di agonia. Dopo tre anni di sacrifici programmati e sostenibili.

Alla fine del percorso, Stefania avrà 36 anni, un lavoro stabile e zero debiti. Potrà crescere suo figlio senza l’ombra del pignoramento. Non sarà stata una passeggiata — 580 euro al mese per tre anni non sono pochi — ma sarà stato un prezzo certo, finito, con una data di scadenza. E questo, per chi oggi si sente sommerso dai debiti, è semplicemente impagabile.

A chi rivolgersi

Se questa storia ti somiglia — perché hai un’attività fallita alle spalle, perché hai debiti che non puoi ripagare, perché il tuo reddito basterebbe a vivere ma non a saldare il passato — esiste una strada. Gli Organismi di Composizione della Crisi sono attivi su tutto il territorio nazionale. L’OCC dell’Ente per l’Inclusione Sociale EINS, che ha seguito ha sedi a Torino, Ciriè , Asti, Alessandria e Vercelli. Non occorre essere nullatenenti. Basta essere in difficoltà, aver agito onestamente e voler voltare pagina.

La legge c’è. L’OCC ti guida. Il giudice, se i presupposti sussistono, approva. Dopo tre anni si ricomincia. Davvero.