Simona ha 52 anni, vive in provincia di Torino e lavora come consulente assicurativa per un comparatore online. Un contratto di collaborazione che si rinnova di anno in anno, senza certezze. Guadagna circa 750 euro netti al mese, a volte qualcosa di più se riesce a vendere più polizze. Con lei vivono il compagno, che fa il lavoratore dello spettacolo con ingaggi saltuari, e il figlio Samuele, studente di una scuola professionale, da poco maggiorenne.
I conti, in casa, si fanno con il bilancino. Eppure Simona ha debiti per oltre 30mila euro. Come ci è arrivata? Non per aver vissuto al di sopra dei propri mezzi. Non per finanziamenti a raffica. La sua storia comincia da un gesto che chiunque, in una famiglia, farebbe senza pensarci: firmare una garanzia per il coniuge.
La garanzia che diventa una trappola
Correva l’anno 2008. Simona era sposata e il marito, Andrea, acquistò un’auto con un prestito personale concesso da Findomestic. Lei firmò come garante. Poi il matrimonio finì — separazione consensuale omologata nel marzo 2010 — e il marito smise di pagare le rate. Il figlio Samuele aveva quattro anni. L’assegno di mantenimento di 300 euro mensili stabilito dal giudice? Non arrivò mai, perché Andrea non aveva un lavoro stabile.
Simona si ritrovò sola, con un bambino piccolo, un affitto da pagare, le bollette, la spesa. Un reddito che non ha mai superato i 10mila euro lordi all’anno. E, nel frattempo, quel debito garantito da Findomestic continuava a crescere, silenzioso.
Nel 2025, a distanza di diciassette anni, il risveglio è stato brusco. Il credito era stato ceduto a IFIS NPL Servicing S.p.A., che ha avviato il pignoramento del quinto dello stipendio di Simona presso il suo datore di lavoro, Innova Semplice S.p.A. Un quinto di 750 euro: una somma che per chiunque altro sarebbe trascurabile, ma non per chi campa con 750 euro al mese.
Ai quasi 9.500 euro di IFIS NPL si aggiungono debiti erariali accumulati negli anni — diritti camerali, IVA, tasse automobilistiche, TARI — per circa 15mila euro verso Agenzia delle Entrate Riscossione e Soris S.p.A., più qualche centinaio di euro ai Comuni di Pianezza e Rivoli e alla Regione Piemonte. E una carta di credito revolving da 2.000 euro aperta nel gennaio 2025 con Cofidis S.p.A., non per svago: per le occorrenze.
Niente casa di proprietà. Niente risparmi: il conto BancoPosta segnava 175 euro a fine agosto 2025. L’unica auto, una Fiat Panda del 2010, si è guastata; Simona l’ha consegnata a un demolitore trovato online che non le ha mai restituito il certificato di demolizione, costringendola a sporgere denuncia dai Carabinieri. L’altra vettura, una Fiat Seicento del 2001 cointestata con l’ex marito, era già stata oggetto di una pratica di perdita di possesso nel 2019 — pratica mai evasa dagli uffici — e su di essa gravano ancora fermi amministrativi.
Il quadro è quello di una persona che non ha nulla da offrire ai creditori. Né oggi, né in prospettiva futura.
Una strada diversa: l’esdebitazione dell’incapiente
Qui entra in scena uno strumento che pochi conoscono e che invece può fare la differenza tra una vita passata a subire pignoramenti e una ripartenza dignitosa: l’esdebitazione del sovraindebitato incapiente, prevista dall’articolo 283 del Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza.
A differenza della ristrutturazione dei debiti del consumatore, che prevede un piano di pagamento parziale, l’esdebitazione dell’incapiente è pensata per chi non può offrire proprio nulla. Zero. Il debitore deve trovarsi in una situazione tale per cui il suo reddito, su base annua e dedotte le spese di mantenimento della famiglia, non superi l’assegno sociale aumentato della metà, moltiplicato per il coefficiente ISEE del nucleo familiare. Nel caso di Simona, il calcolo parlava chiaro: reddito netto annuo 8.882 euro, fabbisogno familiare stimato in oltre 17.900 euro. Sotto la soglia. Incapiente, appunto.
Ma non basta essere poveri. La legge richiede anche la meritevolezza: il sovraindebitamento non deve derivare da colpa grave, dolo o frode. E qui la storia di Simona diventa esemplare. Non ha mai contratto finanziamenti (tranne la modesta carta revolving). Il debito principale nasce da una fideiussione prestata vent’anni fa al coniuge, quando ancora convivevano. L’inadempimento è stato del marito, non suo. Le difficoltà reddituali sono oggettive e documentate: una vita di lavori precari, salari bassi, niente rete di protezione.
L’OCC — l’Organismo di Composizione della Crisi del Segretariato Sociale dell’EINS di Torino, con il gestore avv. Luca Ostengo — ha esaminato tutto: conti correnti, buste paga, visure catastali, banche dati, CRIF, Centrale Rischi. Ha contattato i creditori e raccolto le precisazioni dei debiti. Ha verificato che Simona non avesse compiuto atti di straordinaria amministrazione né atti in frode. Ha persino analizzato se Findomestic (ora IFIS NPL) avesse valutato correttamente il merito creditizio quando concesse il prestito — ma il punto essenziale era un altro: il debitore principale era il marito, e Simona era solo garante.
Il giudice dice sì
Il 10 novembre 2025, il Tribunale di Torino — giudice Maurizia Giusta — ha emesso il decreto di esdebitazione. I debiti di Simona, per circa 25.765 euro (escluse le sanzioni per violazione del Codice della Strada, che la legge esclude dal beneficio), sono stati dichiarati inesigibili.
Non è un condono automatico. Per i prossimi tre anni Simona dovrà presentare ogni anno, entro il 1° marzo, una dichiarazione sulle eventuali sopravvenienze: se la sua situazione economica dovesse migliorare in modo significativo, potrebbe essere tenuta a soddisfare, anche parzialmente, i creditori. L’OCC continuerà a monitorarla.
Ma il pignoramento del quinto dello stipendio si ferma. La lettera dell’ufficiale giudiziario non arriverà più. Simona può respirare. Può mantenere sé stessa, suo figlio, il compagno. Può guardare avanti senza la spada di Damocle di un debito che non ha contratto e che non avrebbe mai potuto pagare.
Perché questa storia parla di tutti noi
La vicenda di Simona è potente perché rovescia un luogo comune duro a morire: che chi ha debiti è qualcuno che ha sperperato, che se l’è cercata, che poteva evitarlo. Non è vero. A volte i debiti arrivano da una firma messa per amore, vent’anni prima. Da un lavoro precario che non decolla. Da un ex coniuge che non paga. Da cartelle esattoriali che si accumulano mentre cerchi solo di arrivare a fine mese.
L’esdebitazione dell’incapiente — questa procedura gestita dall’OCC e approvata da un giudice — esiste proprio per questo. Non è una scappatoia. È un riconoscimento di realtà: ci sono situazioni in cui insistere a chiedere il pagamento è inutile, perché il debitore non ha nulla. E continuare a pignorare il quinto di uno stipendio da 750 euro non serve ai creditori — non rientreranno mai del loro credito — ma distrugge chi lo subisce.
Se questa storia ti ricorda qualcosa che stai vivendo tu, o qualcuno che conosci, sappi che l’articolo 283 del CCII esiste, è operativo, e ha già aiutato persone esattamente come Simona. Persone che non hanno colpe gravi, che non hanno nascosto nulla, che hanno solo bisogno di voltare pagina. La legge lo consente. L’OCC ti aiuta a farlo. Il giudice, se i presupposti ci sono, dice sì.