Khadija è nata in Marocco, ha 47 anni e vive ad Alessandria, sola, in un appartamento in affitto. Fa l’operatrice sociosanitaria: lavora in una RSA, assiste gli anziani, fattura con partita IVA circa 2.500 euro netti al mese. Una vita modesta, fatta di turni e dedizione. E un debito di quasi 139.500 euro che, da sola, non potrebbe mai ripagare in una vita intera.
Eppure Khadija non ha sperperato. Non ha giocato d’azzardo. Non ha firmato finanziamenti a raffica. La sua storia comincia con un gesto che milioni di italiani conoscono bene: comprare casa con un mutuo.
La casa, il mutuo, la crisi
Era il dicembre 2008 quando Khadija e il suo compagno di allora, Massimiliano, firmarono un mutuo fondiario con BPER Banca per la Casa S.p.A. per comprare un immobile a Misinto, in provincia di Monza. Un mutuo di circa 143mila euro, garantito da ipoteca sull’immobile. L’anno dopo, nel 2009, il mutuo venne surrogato da Barclays Bank Ireland. Sembrava l’inizio di una vita insieme, in una casa tutta loro. Due figli arrivarono negli anni successivi.
Le rate, Khadija e Massimiliano le pagavano regolarmente. Per sei anni. Poi, nel 2014, la situazione è precipitata. Khadija ha perso il lavoro. Dal gennaio 2014 al marzo 2018 — quasi quattro anni e mezzo — ha percepito solo indennità di maternità e disoccupazione. Il reddito è crollato. Le rate del mutuo, inevitabilmente, si sono interrotte. Il credito è passato in sofferenza a settembre 2014.
La banca ha avviato la procedura esecutiva: pignoramento dell’immobile da parte di Barclays, vendita all’asta, un recupero parziale di circa 40.858 euro. Poi il credito residuo è stato ceduto a Cattleya Mortgage Finance S.R.L. e da questa a KNICKS SPV S.R.L. (rappresentata da Bayview Italia 106 S.p.A.), che oggi vanta oltre 120.500 euro.
Nel frattempo la relazione con Massimiliano è finita, nel 2019. Khadija si è trasferita ad Alessandria, da sola. I figli — oggi di 13 e 11 anni — vivono prevalentemente con il padre, a Milano. Khadija versa 200 euro al mese per il loro mantenimento, più la metà delle spese straordinarie. Un contributo modesto ma puntuale, per quanto le sue forze lo consentono.
Oltre al mutuo, Khadija ha altri debiti minori: circa 11.300 euro verso IFIS NPL Investing S.p.A., 4.300 euro verso C.F. Assicurazioni S.p.A. per una garanzia prestata su un finanziamento Santander di dieci anni fa, e 171 euro ad AMAG Reti Idriche di Alessandria. Il totale, comprese le spese di procedura, sfiora i 140mila euro.
Una sentenza che fa scuola
Anche Khadija si è rivolta all’OCC dell’Ente per l’Inclusione Sociale EINS, sede di Alessandria, e al gestore della crisi avv. Luca Ostengo. La strada scelta è ancora la liquidazione controllata ex artt. 268 e ss. CCII: tre anni in cui tutto ciò che guadagna, tolto il necessario per vivere, va ai creditori. Poi, l’esdebitazione.
Ma qui c’era un problema. Khadija non ha beni da liquidare: niente immobili, niente risparmi (a parte un accantonamento di circa 8.500 euro per pagare le tasse e i contributi INPS). L’unica auto, una Fiat Panda del 2006 con 125mila chilometri, le serve per andare a lavoro e ha un valore pressoché nullo. Tutto ciò che può offrire ai creditori è l’eccedenza del suo reddito mensile: circa 600 euro al mese per tre anni. In totale, circa 21.600 euro. Una goccia nel mare di 140mila.
Il Tribunale di Alessandria — collegio presieduto dalla dott.ssa Antonella Dragotto, relatore dott. Michele Delli Paoli — avrebbe potuto respingere la domanda. In passato lo stesso Tribunale aveva sostenuto che la liquidazione controllata non fosse ammissibile in assenza di beni da liquidare. Ma nel frattempo è intervenuta la Corte Costituzionale con la sentenza n. 6 del 19 gennaio 2024, che ha chiarito un punto fondamentale: la liquidazione controllata è ammissibile anche quando il debitore mette a disposizione solo redditi futuri. La durata di tre anni prevista per l’esdebitazione opera come limite minimo e massimo: per tre anni i creditori vengono soddisfatti con quanto il debitore può offrire, poi il debito residuo si estingue. È l’applicazione italiana della Direttiva Europea sull’insolvenza (n. 1023/2019), che mira proprio a garantire ai debitori onesti una seconda possibilità.
Il Tribunale di Alessandria, il 23 settembre 2025, ha quindi dichiarato aperta la liquidazione controllata. Riconoscendo che è giusto — anzi, doveroso — consentire a Khadija di voltare pagina, dopo aver dato ciò che può per il tempo previsto dalla legge.
I conti in tasca
Vediamo cosa significa, in concreto. Khadija guadagna circa 2.500 euro netti al mese. Le sue spese indispensabili ammontano a circa 1.875 euro: 350 di affitto, 150 di utenze, 400 di alimentazione, 500 di trasporti (per raggiungere il lavoro), 200 di mantenimento per i figli, più piccole spese per TARI, vestiario, telefono e imprevisti. Restano circa 600 euro al mese, che per tre anni andranno ai creditori. Totale: 21.600 euro. A questi si aggiungono gli 8.500 euro accantonati sul conto corrente.
Non basteranno a pagare tutti. Ma il punto non è questo. Il punto è che alla fine dei tre anni, se Khadija avrà rispettato gli impegni e collaborato con il liquidatore, il debito residuo — oltre 100mila euro — sarà dichiarato inesigibile. Per sempre.
Ciò che questa storia ci insegna
Quella di Khadija è la storia di una rinascita. Perché mostra che le procedure del Codice della Crisi non servono solo a chi ha debiti modesti o a chi non ha nulla. Servono anche — e soprattutto — a chi ha un debito enorme contratto per un progetto di vita andato male. Un mutuo per la casa, firmato in due, diventato una palla al piede quando la coppia è scoppiata e il lavoro è venuto meno.
Oggi Khadija ha un lavoro dignitoso, guadagna onestamente, mantiene sé stessa e contribuisce ai suoi figli. Pagare 140mila euro di debito residuo — dopo che la banca ha già incassato quasi 41mila dalla vendita della casa — semplicemente non può. Non perché non voglia, ma perché la matematica non lo consente. La legge lo riconosce, e offre una via d’uscita: tre anni di sacrifici programmati, poi la libertà.
Come ha scritto la Corte Costituzionale, l’esdebitazione ha «la finalità di ricollocare utilmente il debitore all’interno del sistema economico e sociale, senza il peso delle pregresse esposizioni». È esattamente questo. Non una fuga, ma un reinserimento. Non un premio a chi non paga, ma una soluzione per chi non può pagare.
La stessa strada, peraltro, l’ha intrapresa anche l’ex compagno di Khadija, Massimiliano, con un’altra procedura a Monza. Due persone che hanno condiviso un progetto, che hanno condiviso un debito, e che oggi — separatamente — cercano entrambe di uscirne, con gli strumenti che la legge mette a disposizione.
A chi rivolgersi
L’OCC dell’Ente per l’Inclusione Sociale EINS ha sedi a Torino, Ciriè, Alessandria e Vercelli. Se hai debiti che non riesci a pagare e non sai più dove sbattere la testa, esiste un percorso. Non serve essere ricchi, non serve avere beni da vendere. Basta essere onesti, collaborare con il gestore della crisi, mettere a disposizione quello che puoi. La legge — il Codice della Crisi — è dalla tua parte. Khadija lo ha scoperto. Puoi farlo anche tu